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Ru486, perché il ricovero?


Anna Meldolesi su rivista “Italianieuropei”

 

Ma allora l’aborto farmacologico è più o meno pericoloso di quello chirurgico? Questa domanda ha accompagnato la prima fase del dibattito sull’Ru486, quando si doveva decidere se autorizzare o meno l’uso della pillola abortiva in Italia. La stessa domanda continua ad aleggiare ora che è iniziata la distribuzione e in Puglia è stato avviata la prima interruzione di gravidanza per via farmacologica. Il confronto, infatti, si è spostato sulle modalità: ricovero o day hospital. Per evitare grane, il Policlinico di Bari ha deciso di ricoverare per tre giorni la prima paziente. Ma si può ragionevolmente sostenere che il profilo di rischio dell’aborto farmacologico sia tale da richiedere sempre il ricovero ordinario? La salute delle donne che abortiscono sarà più tutelata in Veneto, dove è previsto il ricovero, che in Emilia Romagna, dove basta il day hospital a meno che non sia la paziente a chiedere di essere ricoverata?

A seconda di chi si interroga si ricevono risposte diverse. Il Consiglio superiore di sanità sostiene che i dati scientifici non sono conclusivi, anche se con una capriola logica chiede il ricovero. Il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella e l’Avvenire si spingono oltre, appesantendo le statistiche ufficiali dei decessi con i resoconti aneddotici. Ma se adottassimo lo stesso approccio per tutte le medicine finiremmo per chiudere le farmacie e imporre il ricovero anche a chi prende un antidolorifico (pare che i cosiddetti Fans detengano il record delle ospedalizzazioni per eventi avversi). 

http://annameldolesi.italianieuropei.it/2010/04/ru486-perche-il-ricovero.html

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